Lettori del mio blog, amici, cazzeggiatori di Splinder &Co.,
Dopo aver sentito dire queste parole, in tutte le lingue, al Grande Fratello, sull’Isola dei Famosi e in ogni altro buco dove erano stati rinchiusi un gruppo di pazzi a far nulla dalla mattina alla sera, cominciavo a essere invidiosa, ma ora posso finalmente urlare anch’io ai 4 venti:
SONO STATA NOMINATA!!!!
Angeli e Diavoli, il realityblog al quale partecipo scrivendo regolarmente delle prove, e’ arrivato ormai alla finalissima, e tocca a voi scegliere il terzo finalista tra me e un’altra fantastica concorrente, la mia amica Blixxxa.
Come?
Beh, se avete letto le mie prove, o se in generale vi piace come scrivo, o se non ve ne puo’ fregar di meno, ma volete lo stesso sostenermi, andate su questo sito http://www.7angelie7diavoli.splinder.com/ entro lunedì 14 maggio alle 16 e lasciate un commento NON ANONIMO all’ultimo post dicendo che salvate me!!!!!
(click su “commenti” in fondo al post – non accetta commenti gia scritti in precedenza per cui magari cambiate le parole o aggiungete il motivo)
Vi aspetto numerosi, mi raccomando!!!!
Se poi siete davvero curiosi, e volete sapere perche’ questo gioco, il mio blog e tutto il mio recente cazzeggiare su internet sono cosi importanti per me, cliccate qui sotto e leggetevi la mia lettera con data di oggi...che dedico di cuore anche a tutti voi, lettori
http://confessionale7angelie7de.splinder.com/
Un buon weekend a tutti!!!!!
Blossom
Penultima Prova di Angeli e Diavoli
La macchina entra nel portone e si ferma nel cortile.
Papà esce per primo e apre il bagagliaio per estrarre la mia grossa valigia rossa, come al solito. Ma inizia ad essere pesante anche per lui, soprattutto dopo gli ultimi anni tra malattia e infortuni, e lo aiuto io questa volta. Nei suoi occhi vedo un lampo di orgoglio velarsi di tristezza: lo so, papà, che non ti piace invecchiare. Ma te lo giuro: ai miei occhi, sei il ragazzino di sempre, con quella zazzera scompigliata di capelli scuri in testa e i jeans sulle tue gambette agili.
Con calma scende anche la mamma, mi rivolge un sorriso tirato per nascondere l’ansia e farmi coraggio, perché ci sono molte cose di me che non ha mai capito né mai capirà, ma certe altre, solo lei sa quanto siano importanti per me. Mi dice “pronta?” e forse lo chiede a sé stessa. A vedere una figlia soffrire, anche per un motivo all’apparenza cosi futile, penso non ci si abitui proprio mai.
Faccio un respiro profondo che mi fa partire una leggera palpitazione. No che non sono pronta, questo è sempre stato il peggiore dei miei incubi. Ma sono altre le cose che importano nella vita.
Entro dalla porta della cucina, appoggio lo zaino per terra e dopo aver gettato un rapido sguardo a quei mobili che conosco bene, mi avvio verso le scale di marmo. Salgo uno scalino alla volta, le mie gambe sono stranamente pesanti, non ho nessuna fretta di arrivare. Guardo a terra.
Al penultimo scalino alzo lo sguardo verso il disimpegno: nuove piastrelle, nuove tende, nuovi infissi. Non ci sono i “mulini bianchi”, vinti coi punti delle merendine, sulla scarpiera. Non c’è nemmeno una scarpiera, a dire il vero.
Le porte sono sempre marrone scuro, ma sono nuove. Sulla porta chiusa della mia camera non c’e’ il mio nome, scritto da Lele coi caratteri dei murales molti anni fa.
La spingo, e si apre davanti a me una stanza semivuota. Il parquet lucido è leggermente più scuro di quello che c’era prima, non porta più i graffi delle macchinine. Le pareti sono arancio chiaro pastello, a guardarle di sfuggita sembrano quasi rosa. Al centro della camera, con la testiera verso il muro che la separa dalla camera matrimoniale, c’e’ un semplice letto e un piccolo comodino.
“Ho chiesto a Francesco di usare l’arancione che avevi scelto tu, ma non sono sicura che fosse proprio questa tonalità. Per i mobili, possiamo andare domani in magazzino da quell’amico di papà, li scegli da quelli in esposizione e ce li fa avere in una settimana dall’ordine”.
Sono ancora sulla porta, non entro nemmeno.
“Mamma, non servono altri mobili, avete già speso abbastanza dopo l’incendio. Basta il letto. Tanto questa non sarà mai più la mia camera.”
E vergognandomi delle stupide lacrime che rigano il mio viso, guardo in basso e mi avvio verso il bagno.
*****
Seduta sul letto, cerco di leggere qualche pagina di un libro. Il vuoto della stanza mi opprime, così decido di spegnere la luce e dormirci su. Il volo mi ha reso molto stanca e ho passato la sera a chiacchierare fino a tardi con la mamma. Mi ha fatto vedere le foto delle stanze carbonizzate, non si era potuto salvare proprio niente, per fortuna si erano salvati i muri e tutto il piano terra, e dio solo sa cosa sarebbe successo se mio fratello non fosse rientrato prima dalla bicchierata degli alpini e non avesse notato le fiamme.
*
“Lori? Lori svegliati!”
“Eh? Ma chi sei?”
Una specie di fatina alata, grande quanto una libellula, mi sta guardando sorridente.
“Sono il tuo angelo custode”
“Ma…è un sogno…?”
“In un certo senso si, Lori. Ho fatto si che potessi sognare per poterti portare in un posto…ti prego, non aprire gli occhi altrimenti scomparirò”
“Va bene, ma dove mi vuoi portare?”
“Vieni con me!”
Una nebbiolina grigia e densa mi avvolge per qualche secondo e quando si dissolve, sono ancora seduta sul letto. Ma sul mio letto. Nella mia vecchia camera.

“Wow! Ma come hai fatto!!!”
“Guarda, Lori, non hai molto tempo, ma qualcuno lassù si è commosso a sapere che tutti i tuoi ricordi erano racchiusi dentro questa stanza, e mi ha dato il permesso di portarti indietro nel tempo. Puoi scegliere tre oggetti da portare con te, tre oggetti qualsiasi”
Sono esterefatta, e non credo ai miei occhi.
La mia cameretta era una specie di museo. Tutta la mia vita era racchiusa lì dentro e ogni volta che rientravo in vacanza, la prima sera la dedicavo ad aprire cassetti e perdermi nei miei ricordi.
Scendo dal letto e dirigo lo sguardo verso la parete. Appesi al pannello di sughero ci sono le foto, le letterine e i disegni di Zoe, Sophie, Matteo e Caterina, e ai lati due quadri con un collage di foto, biglietti aerei e altri ricordi dei mesi passati come babysitter in Germania e a Londra. Sotto ancora, una rosa, quella che aveva lasciato Lorenzo sul cruscotto della mia macchina, qualche estate fa a Lignano. Apro anche lo scrigno dei gioielli e ritrovo l’anello a forma di cuore, quello che avevo portato al collo per tanti mesi pensando a lui.
Questi sono tra i ricordi più recenti che ho…qualcosa devo prendere di questo periodo. Rigiro l’anello tra le mani…quel simbolo di amore, di passione, di coraggio di crederci. Ma anche simbolo di dolore e illusione. Lo rimetto nel portagioie, prendo il pannello di sughero e lo poso sul letto: se sono quella che sono, ora, non è grazie all’amore che ho provato per lui, ma a quello che ho provato per me, credendo nelle mie risorse e buttandomi a capofitto in avventure ricche di insegnamenti, e sorrisi, e abbracci di bambini e momenti duri di solitudine, lontana dal calore della mia cameretta...è questo il primo oggetto che porto con me.
Sul comodino, attorno all’abat-jour di vimini abbinato al lampadario, ci sono tutti i miei peluche. Qualcuno regalato da amici, qualcuno da ex ragazzi. Quello a cui sono più affezionata però è Oliver, un gatto arancione che avevo vinto disegnando un fumetto per un concorso e per il quale avevo anche pianto, da ragazzina….quando a un camposcuola estivo in montagna, le mie amiche (non molto amiche a dire il vero) avevano bruciato la crinierina di pelo che aveva in testa…come possono essere crudeli gli adolescenti. Non era stato un periodo felice, a pensarci bene. Non solo cambiava il corpo, cambiava la mente, cambiavano i valori, le convinzioni. Una confusione unica, una lotta continua per un metro in più di libertà, pianti isterici con i genitori, delusioni a raffica con amici, amori non corrisposti (ma anche non al corrente!) e storie durate una domenica pomeriggio in discoteca. Estati ad animare bambini all’oratorio, e settimane in montagna a fare veglie di preghiera nei boschi,attorno al fuoco, sola davanti a una fede da rifiutare o rinnovare. Inverni freddi sui pullman blu di linea, a copiare i compiti, in corsa verso una scuola che di passo mi insegnava anche a vivere. Rimetto Oliver sul comodino e apro i cassetti: tutti i pensieri di quegli anni, tutti i quaderni che io e le mie amiche ci passavamo ogni giorno scrivendoci lettere lunghissime…non c’erano cellulari o email, allora. I miei diari, le lettere scritte e mai spedite, le poesie mai pubblicate….sono tutti li, in due cassetti del mio comodino.
Due scatole marroni nell’armadio contengono riflessioni, dediche di amici e libretti di canti dei periodi dei campiscuola e oratori. Assieme ai libri delle superiori ho conservato anche i diari scolastici e i libretti, con i voti e le note di comportamento, e le pagelle, con quell’8 in condotta in quarta quando ancora credevo che a difendere le proprie opinioni non ci sarebbero state conseguenze…cosa scelgo, cosa porto con me? Da uno dei diari cade un foglietto rosa a quadretti. E’ un bigliettino di L., il mio ex compagno di classe. C’era stato un periodo in cui ero diventata la sua migliore amica, parlavamo ogni giorno, lui mi scriveva su questi foglietti colorati parole bellissime, che nessuno mi aveva mai detto. In gita, seduti a terra nella stanza di quell’hotel fatiscente di Rimini, la luce spenta e con i respiri dei nostri compagni addormentati di sottofondo, ci eravamo abbracciati forte. Eravamo diventati tutt’uno, tremavo come una foglia. Ero terrorizzata da sensazioni che non avevo mai provato prima. Scelsi di non ascoltare il cuore, feci soffrire entrambi e dopo qualche giorno la nostra amicizia affogò in un oceano troppo profondo per poterla recuperare.
Poso il foglietto sul letto: per ricordarmi di non aver mai più paura di amare.
Mi manca un oggetto. I disegni dell’asilo e delle elementari sono tutti li, nella cartellina, belli e fantasiosi come solo quelli di un bambino. Rileggo qualche mio temino, ricordo quello sulla morte della mia gatta, era stato letto ad alta voce in classe e la sua semplice intensità aveva fatto piangere pure la nonna. La mia bambola, Rosella, è appoggiata in un angolo: la consideravo una bimba vera, la mia bambina. Quanti segreti le ho raccontato, quanti pianti ha consolato, e quante botte le ho dato perché non aveva fatto la brava…
Apro l’ultima anta dell’armadio, quella grande: eccoli. Tutti gli album di fotografie.
Non ho dubbi. Ne prendo uno, quello giallo, e lo metto sul letto.
“Ho finito”
“Sei sicura?”
“Si, sicurissima. Ti ringrazio immensamente per avermi permesso questo tuffo nel passato…ma sai, ho capito una cosa: nessuno di questi oggetti che lascio qui potrà mai portare via con se i ricordi che ho nella mia mente, e nel mio cuore. Quelli sono salvi, li conservo gelosamente, e li condividerò sempre con tutti i miei cari. Ritorno a casa ora, dalla mia famiglia. Non vedo l’ora di mostrare loro questo album. Addio angioletto, e grazie”
Questa volta non cala la nebbia. Sono io a far sparire tutto, aprendo gli occhi. E lì accanto a me, sul letto, sono i tre oggetti. Prendo in mano l’album, emozionata. E mentre comincio a sfogliarlo, i ricordi si mescolano alle mie lacrime. Di gratitudine, questa volta, per aver ancora accanto a me le persone più preziose della mia vita.
Decima Prova di Angeli e Diavoli
E cosi' ti sei deciso/a, hai preso quel treno per realizzare il tuo sogno, per seguire il tuo destino...ma..."
Ma qualcosa, anzi qualcuno su quel treno cambierà le tue sorti.
Dove eri diretto? Qual'era il tuo obiettivo?
Chi tra queste persone ha influenzato le tue scelte future?---->un vecchietto, una donna gravida, un ragazzo pallido e misterioso, un prete.
*****
Il popolo che camminava nelle tenebre
vide una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
Is 9
24 dicembre 2010, ore 10:00
L’aereo risponde alla turbolenza con un sussulto. Un breve fischio dal microfono annuncia la voce del pilota.
“Senores pasajeros, hemos empezado la bajada hacia Usuhaia, donde atterrizaremos en unos minutos. Son las diez de la manana y la temperatura es de ocho grados. A nombre de todo el equipaje les deseo feliz Navidad en la Tierra Del Fuego y espero encontrarles en otro vuelo de Aerolineas Argentinas”
Una mano batte dolcemente sulla sua spalla ed L. si sveglia di soprassalto.
Un cerchio le stringe immediatamente la testa in una morsa, come “…certe mattine, quando la sveglia mi interrompe a metà di un sogno, accidenti…”
L’hostess le spiega in un inglese alquanto approssimativo che l’atterraggio avverrà a breve, e le ricorda di allacciarsi la cintura di sicurezza e sollevare la tapparella del finestrino.
L. si guarda attorno. Una coppia di anziani seduta accanto a lei le sorride. E’ decisamente su un aereo, ma…
“Ma dove…” si stiracchia come può nello spazio ristretto del sedile, cercando di ricordare. Solleva controvoglia la tapparella, lasciandosi abbagliare dalla luce. Man mano che i suoi occhi si abituano al chiarore, accolgono gradualmente la vista di montagne innevate, il mare blu e una natura lussureggiante, il caratteristico paesaggio della…
“…la Fine del Mondo! Allora non era solo un sogno!”

Raccoglie da terra la panciuta agenda rossa che le era scivolata dalle ginocchia, sposta l’elastico che la chiude e apre alla penultima pagina.
“[…] Sono in viaggio da tre mesi, scoprendo ogni angolo di questo meraviglioso continente latino. Ma non mi basta, il mio sogno non è ancora completo. Questa volta, devo arrivare a toccare il fondo, per poter risalire. Per questo sono seduta su questo volo verso la città più australe del globo: come i bimbi quando giocano a ruba-fazzoletto, strapperò un ciuffo dalla Fine del Mondo e correrò via, di ritorno verso la mia vita, verso casa.”
L. sorride rileggendo le sue ultime parole. E’ arrivata, manca solo un piccolissimo pezzo per completare questo puzzle, e poi domani sera prenderà il primo degli aerei che la riporteranno in Europa. Rigira tra le mani la prenotazione del FCAF - Ferrocarril Austral Fueguino, per lo stesso pomeriggio. Non sa bene cosa farà, una volta “a casa”. Ma sente che qui, ai piedi della Terra, troverà una risposta.
Ore 15
Le porte delle due carrozze si aprono e una cinquantina di persone, tutti turisti di ogni nazionalità e provenienza, si affrettano ad entrare. E’ estate, ma le massime sono molto basse. L. si stringe nella sua giacca a vento, sale per ultima e si accomoda sulla panca di legno accanto a una giovane coppia. La ragazza, una bella sudamericana dai capelli neri e la pelle ambrata, esibisce un pancione di almeno 8 mesi. “Che le salta in mente di passare la vigilia di Natale in questo luogo ai confini del mondo, poi….” è un po’ il pensiero che attraversa tutta la carrozza. Ma un signorotto argentino sulla sessantina, con le basette e i baffi a punta, richiama l’attenzione presentandosi come l’unica guida ufficiale (e bilingue, a suo avviso) del Tren del Fin del Mundo.
Un lungo fischio annuncia la partenza, ed L. chiude gli occhi. Ci siamo.
Il trenino verde serpeggia per due ore lungo i fiumi e le montagne della Patagonia, addentrandosi lentamente nel Parco Nazionale verso l’ultima stazione, prima di riprendere la via del ritorno per Ushuaia.
Con la scusa di sgranchirsi le gambe, L. si allontana dal gruppo e si ferma ad ammirare il tramonto. Una voce la sorprende da dietro.
“Ti fermi anche tu?”
E’ la ragazza incinta, parla un buon inglese, ma con un marcato accento argentino.
“Ehm, scusa..cosa intendi se mi fermo?”
“ A poche centinaia di metri da qui c’e’ un posto perfetto per campeggiare, il mio ragazzo e altre persone hanno già montato le tende stamattina, perché non ti fermi con noi? Abbiamo una chitarra, del matè, perfino una bottiglia di champagne, poi domattina ripartiamo con il primo treno. Un modo diverso per festeggiare il Natale…”
“Ma io non ho portato niente…sei sicura che…?”
“Certo! Altri 4 ragazzi hanno accettato, sono italiani e anche loro sono qui da soli. Allora dai, è confermato! Tieni, questo è per te, vado ad avvisare gli altri….”
“..va bene..”
L. arrossisce e guarda la piccola busta bianca che ha tra le mani. E’ la prima volta che una donna la fa sentire così a disagio, come se nascondesse, dietro quelle parole amichevoli, qualcosa di davvero sconvolgente. La apre, estrae un bigliettino con l’immagine della Natività. Sul retro una frase scritta a mano, con inchiostro dorato.
Ore 23.00
Dopo aver cenato con carne arrostita sul fuoco, il gruppo si ritrova attorno al fuoco a bere matè e fare conoscenza; un ragazzo prende in mano la chitarra e subito l’aria gelida si riempie di voci scoordinate e allegre. L. siede su un tronco, le braccia a cingere le ginocchia, e accompagna la musica ondeggiando la testa. La mente è come svuotata, tutti i pensieri galleggiano nell’aria, chiusi in delle bolle di sapone, e si sente incredibilmente leggera. Vorrebbe fermarsi in quell’attimo per sempre, non aver più bisogno di prendere una decisione, di scegliere cosa farne del suo futuro.
La temperatura scende e la musica smette, pian piano ciascuno si avvia verso la propria tenda per cercare un po’ di calore nel sonno.
Una voce femminile la risveglia dai suoi pensieri.
“Ciao, sei italiana anche tu vero? Ti unisci a noi per aspettare la mezzanotte?”
E’ una ragazza alta e slanciata, bionda, con un sorriso cosi acceso da illuminare anche i suoi occhi.
“Ohi, siamo rimasti solo in cinque? Certo che vengo a sedermi con voi, piacere, mi chiamo L.”
“K., piacere mio!.... ragazzi vi presento L., si unisce alla combriccola degli irriducibili!!”
“Perfetto! Più siamo meglio è!” dice uno dei due maschi. Si assomigliano, più o meno coetanei, entrambi con i capelli corti e un giubbino nero da motociclista addosso, ma accenti e maniere diverse. In comune anche il volto di qualcuno che vorresti davvero avere come amico, pensa L.
“E tu, come mai ti trovi qui stasera, alla fine del mondo?
Le guance di M. prendono il colore dei suoi lunghi capelli non appena pronuncia l’ultima parola. Gli occhi di tutti sono su di lei per un attimo, e in quell’attimo M. desidererebbe confondersi tra le fiamme del fuoco che le scoppietta davanti. “Quanta dolcezza può esserci anche nella più fiera delle tigri…” pensa L. con ammirazione, mentre gli altri ora si voltano a guardare lei, aspettando incuriositi la sua risposta.
“Io…non lo so, sai. Fare il giro del Sud America dal Messico alla Patagonia era il mio sogno da sempre, ma non mi riuscivo mai a decidere. Una mattina, poi, mi sono guardata allo specchio, e ho osservato con cura il mio viso. Non c’erano segni, 30 anni e nessuna linea “d’espressione”. La mia vita era la stessa da troppo tempo…nessuna emozione, nessun desiderio, nessuna gioia da far scoppiare il cuore, nessun dolore da perdersi nelle lacrime. E ho ripensato a quel sogno. Ho pensato che forse, se ne avessi portato a termine almeno uno, avrei trovato la mia strada…dentro di me…”
T. la guarda negli occhi e L. si perde in quello sguardo cosi profondo e diretto.
“E’ andata un po’ cosi anche per noi, siamo tutti qui cercando delle risposte che forse non esistono.. Y. e T. sono all’ultima tappa del loro tour dell’argentina in motocicletta, si sono incontrati per caso nella Pampa. M. è reduce da un periodo di volontariato in Cile mentre io, beh, ho letto un libro sulla Patagonia, mi ha affascinato talmente che…eccomi qui!!”
“Io rientro domani sera, volo a Buenos Aires, da lì poi la coincidenza per Londra. E voi?”
“Anche noi domani sera…purtroppo…per quello abbiamo deciso di fare questa pazzia stasera, prima di andarcene” Y. le fa l'occhiolino ed L. gli sorride, civettando un po’.
“Questa notte si prospetta davvero memorabile…sono fortunata ad aver incontrato delle persone cosi semplici e allo stesso tempo speciali”, pensa, sorseggiando la bevanda scura e amarognola con una cannuccia di legno.
Mentre è ancora sovrappensiero, scorge 4 cartoline, identiche alla sua, appoggiate per terra.
“Qual è la frase dietro la vostra cartolina?” chiede incuriosita.
“Non vedo l’ora di vedere il tuo volto”
“Sei una piccola cosa”
“Sei la mia grazia”
“Sei la mia salvezza”
“E la tua, L.?”
La sua è… "Potrebbe succedere qui, oggi…”
Una folata di vento investe il fuoco e lo spezza per un attimo in cento fiammelle. Una per ogni secondo di silenzio.

“Hey, ma quello non è il futuro padre??”
I ragazzi si voltano e osservano il giovane correre verso di loro. E’ pallido e agitato.
“Calma, che succede??”
“Vi prego, aiutatemi…le si sono rotte le acque…non so cosa fare!!”
M. si alza di scatto, come se il ragazzo l’avesse chiamata per nome, e inizia a correre verso la tenda, mentre gli altri automaticamente la seguono.
-
Blanca è appoggiata a terra su di una coperta, mentre si muove e contorce la bocca in smorfie senza suono. Il suo ragazzo le tiene la mano, visibilmente emozionato e confuso. M. si avvicina e le solleva dolcemente la gonna.
“Il bambino sta arrivando, Blanca…dovrai essere coraggiosa, e spingere quando te lo dico io”
Blanca la guarda fisso negli occhi per qualche secondo, poi si volta verso gli altri quattro.
“Mi fido di voi…”, una lacrima le bagna lo zigomo. E comincia a spingere.
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Con delicatezza ed esperienza, M. adagia un bimbo dai capelli nerissimi sulla giacca che T. le offre, e mentre si accinge a sollevarlo per farlo vedere alla madre, una luce fortissima riempie la tenda, accecandola.
E’ un attimo, e quando si spegne, Blanca e il suo ragazzo non ci sono più. Al loro posto, due aquile nere e maestose prendono il volo ed escono dalla tenda, allontanandosi verso le montagne.
Il bambino, ora pulito e con il cordone ombelicale reciso, dorme quieto dentro la giacca.
L. gli si avvicina, gli fa una carezza… “sto sognando, M.? Cosa c’era, dentro quel matè?”
T. e Y. si avvicinano, timorosi.
-
“Non stai sognando, Lori: questo bimbo è il mio dono per voi. Se siete radunati qui, stasera, non è per una fortuita coincidenza, ma perché era scritto nel vostro Destino, un destino comune, un destino che sotto altre spoglie – le mie - vi aveva già riunito in passato. A modo vostro, state tutti cercando delle risposte al senso della vostra vita.
Io vi dico: il Senso della Vostra vita è crescere questo Bambino. Portatelo con voi nelle vostre case, trasmettetegli tutti i valori che vi rendono persone cosi speciali e privilegiate, insegnategli la Fedeltà, l’Onestà, la Perseveranza, unite le vostre forze per dar vita a qualcosa di Grande.
Questo bambino salverà l’Umanità da tutte le sue convinzioni millenarie, egoistiche e limitatrici, la libererà da tutte quelle parole versate nel nulla dall’alto di pulpiti e di minareti, e la vestirà di un nuovo abito, quello dell’Amore e del Rispetto verso il Prossimo."
-
La voce tace, per far posto alle note di una canzone.
L. guarda il bimbo, poi guarda gli altri, la tensione è alta.
E’ K. a sorridere per prima. E come sempre, contagia tutti gli altri.
*Dedicato ai miei amici T.Bearuk, K.Blixxxa, M.Davila, Y.RegoleZero e SuperIperUranio (la "voce").
Questa nuova prova per il reality Angeli e Diavoli al quale partecipo come (ex) diavolessa è stata partorita dopo un lungo travaglio…un travaglio fatto di dizionari virtuali e umani (ringrazio in particolare Sapere.it e Davila Treccani), di dolorosi ricordi, di traduzioni impossibili, di ricerche su Google, di canzoni ispiratrici ascoltate per caso (e poi scaricate con la gentile intercessione di Davi's emule!) e, certo, anche di molte creazioni della mia fantasia! Mi scuso anticipatamente se troverete costruzioni grammaticali o terminologie poco italiane...ma stasera, ragazzi, davvero non ce la faccio più! Non l’ho nemmeno riletta…
E’ un racconto parzialmente autobiografico, dove diverse fasi della mia vita mescolano le carte e si mettono allo scoperto…con una conclusione tratta da una conversazione realmente accaduta. Perché alle volte, per uno strano scherzo del destino, quando pensi cosi intensamente a qualcosa o a qualcuno, questo riappare magicamente nella tua vita…ed è quello che mi è successo con questa prova.
Buona lettura!!
*****
*
“Daniela ,allora è confermato, arrivo il 20 maggio e posso cominciare il giorno dopo”
“Che bello Elisa!! Sono davvero felice della tua decisione!”
“…sì, sono felice anche io…ma senti…chi ci sarà dell’anno scorso?”
“Oh, quasi tutti, lo chef, le donne ai piani, il maitre, solo qualche cameriere è cambiato..”
“ah…”
“Devo andare adesso, allora ci vediamo il 20??”
“sì, sì, e grazie mille, non vedo l’ora”
“anche io, a presto”
Ritorna anche lui. Non avevo avuto il coraggio di chiederglielo, sono passati ormai mesi dall’ultima e-mail, dall’ultima telefonata, ma in fondo, molto in fondo, speravo che sarebbe tornato.
Guardo Stefano dormire sul sedile a fianco al mio, in questo treno sgangherato che ci porta via dal nostro ultimo weekend insieme. In questi mesi abbiamo vissuto qualcosa di unico, l’evoluzione di un’intesa in costante crescita, fino a fonderci l’uno nell’altro, senza schemi e senza spiegazioni…facciamo l’amore con una spensieratezza che non avevo mai sperimentato prima e ogni suo bacio accarezza i fragili veli del mio cuore, dandomi l’affetto che mi mancava. Ma sappiamo entrambi che finirà: è così bello proprio perché l’abbiamo sempre saputo.
Siamo in stazione, aspettando la coincidenza, quando suona il cellulare. Mi allontano per rispondere, perché…non so perché. Non avevo segreti per Stefano, prima. Tranne uno.
“Sì?”
“Ciao, sono io.”
Eccolo. E’ tornato.
E io non ci voglio parlare, mi fa male, non ci voglio pensare, perché fin’ora stavo bene, non sapevo e avevo imparato a conviverci, perché con lui è sempre meglio non sapere, non vedere, non chiedere.
Chiudo in fretta e torno sorridente da Stefano. Ma lo so, lo capisce anche lui, che non sarà mai più come prima tra noi.
***
La sbarra si solleva e la tre-porte nera entra nel parcheggio facendo scricchiolare i sassolini sotto le ruote. Voglio fare meno rumore possibile, che non mi senta nessuno, ti prego.
Esce subito il direttore a salutarmi e dirmi dove posso parcheggiare. Scambio quelle poche parole di circostanza dall’interno del finestrino abbassato, e per caso – o forse per un destino che si diverte a graffiarmi – lo vedo passare. Si gira verso di me, sollevando appena appena il volto, e il suo sguardo rapido e diretto affonda nel mio stomaco come un pugnale. Vorrei correre in bagno, e vomitare tutte le sensazioni e i brividi e le lacrime e le emozioni che mi legano a lui, urlare tra quattro mura perché non mi senta nessuno tranne il mio cuore.
Ma mi esce solo un sorriso abbozzato, e schiaccio mio malgrado sull’acceleratore, spingendomi verso l’inizio di una nuova estate.
***
…tlac…tlac...tlac…Tlac. Sei e trenta. Ora di cena, lo so. Non posso mancare proprio la prima sera, anche se non ho fame così presto. Non mi riesce nemmeno di cambiarmi, ci vado così, con i pinocchietti neri, le infradito e i capelli bagnati.
Le ciabatte di plastica schioccano contro il pavimento lucido della sala vuota, mi avvicino al primo tavolino: le posate sono già disposte, il tovagliolo piegato ad arte, ogni dettaglio anticipato e perfezionato. Lui è in piedi, qualche metro più in là, e al suo cenno silenzioso mi avvicino obbediente.
“Bentornata”. Raddrizza una forchetta, con un tocco leggero e preciso, poi alza gli occhi, mentre io li abbasso vergognosa.
“Grazie…di nuovo qui eh…chi l’avrebbe detto”
“L’avrei detto io, Eli”.
Oh, certo. Tu sai sempre tutto, non è vero? Però non dici mai niente, stringi ogni pensiero in un pugno e mi lasci solo immaginare cosa c’è dentro. Quante volte ho cercato di forzare quelle dita, inutilmente, arrabbiandomi e rassegnandomi…e ora rieccomi daccapo, con il tuo pugno chiuso e la mia voglia di sapere.
“Non sono la stessa dello scorso anno, Andrea…”
“Io e gli altri ci fermiamo a bere una birra stasera. Alle undici alla piscina. Ci sarai?”
Calibrato e tagliente come solo un uomo.
“..io…” Arrossisco. “Sì…volentieri…”
E mi chiedo se davvero sono cambiata, quando quello che sento con lui non è mutato di una virgola…
“Te xe rivada a romper i maroni anca quest’estate eh!” Due mani ruvide e forti da pescatore mi scuotono le spalle. “Chef! Buonasera a lei!”
“Ueeè, stè! Sì sempre ‘na bella guagliona eh!”
“Giuseppe!”
E senza aver tempo di dire nulla, soffoco nell’abbraccio stritolante del portiere notturno. Mentre i colleghi mi fanno le feste, seguo con gli occhi i suoi passi lenti, fino a vederlo sparire dietro la porta della cucina. Respiro profondo. Meglio andare a cena.
***
Mi sdraio sul lettino a bordo piscina, mi allontano dal gruppo mentre i miei pensieri cominciano a diventare opachi...mentre stanchezza, insicurezza ed eccitazione riempiono la mia anima e la mia mente.
E’ strano, come speri che tutti se ne vadano, tutti tranne lui.
E’ strano perché non lo avevo davvero desiderato, in tutti questi mesi. Dopo i primi lunghi pianti, il ricordo era andato man mano affievolendosi, mi ero costruita una vita parallela, ed ero riuscita a essere di nuovo felice, serena. Avevo amici che si prendevano cura di me, non ero mai da sola. Eppure, sentivo come se mi mancasse qualcosa, davo la colpa agli ormoni e alla primavera, per non fermarmi a chiedermi che cosa.
Si siede accanto a me, mentre gli ultimi due camerieri si allontanano vociando allegramente. Lo fa senza cercare un pretesto. Perché il nostro destino è una calamita invisibile tra due corpi di metallo, stanotte e tutte le altre.
Perché non esiste un simile scenario quale il cielo notturno, il silenzio dell’oscurità e il venticello umido e freddo vicino all’acqua, per un incontro segreto e proibito. Per uno scambio di parole sussurrate in trepidazione, insicuri della reazione dell’altro.
Lo vogliamo entrambi.
Ho paura: non so dove ci porterà, tutto questo. Conosco tutto il resto: conosco le emozioni che questi attimi faranno scivolare nel cuore, conosco l’eccitazione che scuoterà i nostri corpi, conosco la paura e l’indecisione che faranno tremare la voce e contorcere lo stomaco.
Sono già passata di qui molte volte prima, e so che partita siamo a punto di giocare.
Solo che, invece di un gioco, è la vita: pura espressione di noi stessi.
Vita a trecentosessanta gradi: scandalosa, intensa, avvolgente. Terribilmente bella.
Non posso dire di no, il mio primo comandamento è “non aver mai rimorsi” e ne avrei fin troppi se non seguissi il mio istinto e il mio desiderio, stasera.
Mi piace la delicatezza che usiamo per riaprirci l’uno all’altro, spogliandoci di strati di conformismo e restando lentamente nudi, rivelando la nostra pelle bianca e incontaminata.
Mi piace il modo in cui il mio corpo cresce nel desiderio e brama una carezza, mi piace che non mi sia permessa questa carezza fino a che entrambi non decideremo di lasciarci andare. Mi chiedo se dietro a quello sguardo di granito si trovi anche lui nel mio stesso stato di silenzioso dolore e godimento.
Proprio qui, 8 mesi fa, ci eravamo tuffati nel fuoco di un’attesa, alimentata per un’intera estate da soli sguardi rubati e parole a metà, e ci eravamo lasciati affogare in un mare di passione.
Ed è il ricordo di questo amore senza freni che, in un secondo dissolto tra i mille, sceglie per me e determina il finale di questa notte.
Il mio corpo si arrende alle sue mani, il tocco inconfondibile di qualcuno che ha ascoltato in silenzio le parole del mio cuore e mi vede ora in tutta la mia fisica, spirituale, primitiva ed esposta nudità. Il tocco di qualcuno che sa farmi sentire sensuale e bellissima.
Il mio corpo, la mia anima e la mia mente si fondono nell’estasi di tali carezze…fino a che diventano uno, e diventano mille, e diventano tutto…rotolano tra fiamme e scintille…poi si cullano nella brezza, al chiaro di luna.
***
“Eli, devo dirti una cosa”
Le palpebre sono pesanti, si sollevano a fatica. Non parla molto, Andrea. Ma quando aveva usato questo tono asettico, in passato, era stato solo per farmi male.
“…dimmi..”
“Una cosa che è successa in America”.
Non la voglio sapere…
“cosa?”
“Mi sono sposato”.
***
Le ruote della bici sfiorano appena l’asfalto. L’aria fresca batte sul viso e scivola via dietro alle orecchie, mentre il cielo si sveglia per accogliere nella foschia un sole ancora assonnato.
Mi lascio alle spalle il cimitero, prendo in volata la salita sterrata, e dietro ad una linea irregolare di arbusti si apre ai miei occhi, immobile ed eterea, la laguna.
Pedalo veloce al lato dell’acqua, il silenzio del mattino mi urla di smettere, ma le gambe non mi fanno male e il serbatoio è pieno per accendere un immaginario motore.
“Sposato, sposato, sposato, sposato, sposato” ripete un eco nella valle della mia mente svuotata, non c’e’ nessun’altra parola che possa competere con quella adesso.
Una mezza lacrima si stacca mentre attraversiamo un nugolo di moscerini, rimane intrappolata con loro nei miei capelli spettinati.
La stradina mi porta laddove la laguna si mescola al mare, e io mi fermo per mescolarmi con loro.
“Quello che abbiamo noi è speciale, è unico, Elisa. Abbiamo un’intera estate davanti, e io voglio berla con te fino all’ultima goccia. Vivere nel pensiero di oggi e nel pensiero di qui, non nella realtà del domani. Pensaci, piccola, fammi sapere”
Nuove parole, nuove fitte.
Che cosa rappresenta lui per me? E’ un amico speciale, quello certo, ma non uno di quelli con cui condividi tutti i tuoi segreti e la tua vita, né il tuo passato, o le tue aspirazioni per il futuro, non è uno di quelli che chiami quando sei nei guai, che ti tiene la mano mentre stai piangendo, o che festeggia con te quando conquisti una vittoria. Eppure, mi conosce meglio di chiunque altro. Gli ho mostrato parti di me che di solito nascondo, o che sono ricoperte dalla polvere dei miei atteggiamenti più chiassosi e pagliacceschi.
Lui mi guarda, e mi vede. Quando i nostri occhi si incrociano, so che li riesce a leggere.
Scegliere lui vuol dire salire su una montagna russa fatta di piume , scariche di adrenalina e voli di fate, morsi a un panino e cucchiaiate di mousse al cioccolato.
E tanto, me ne vado anche io, a ottobre…
Un gabbiano si alza in volo. Lo osservo mentre si esibisce in una parabola perfetta, sfiora l’acqua con il petto, poi risale verso il sole. Libero da ogni pensiero.
…Scegliamo il nostro mondo successivo
in base a ciò che noi apprendiamo in questo.
Se non impari nulla, il mondo di poi sarà identico a quello di prima,
con le stesse limitazioni… (Richard Bach)
Quando un ricordo è meglio chiuderlo in un cassetto e buttare la chiave, non mi fido di me e affido tutto alla distanza.....e il problema di questo è forse che le ferite si rimarginano, sì, ma i ricordi e le sensazioni non si archiviano mai del tutto: al primo momento di debolezza vengono richiamate all'appello dalla mia immaginazione, che le inserisce in situazioni inventate , ma cosi belle da sembrare reali.
Inganno il mio passato e lo dipingo di colori accattivanti…
Ma quel gabbiano sono io, io cresciuta, io donna, io che mi amo e mi rispetto, io che non voglio restare sempre qui, a metà tra un cielo e l’altro. Sono pronta a passare al prossimo mondo.
Aspettami gabbiano, vengo con te..
*
*

Traccia:
10 Luglio 2080 ore 23.30
Ciao, sono io.
Sarai sorpresa, immagino.
Lo so, sono molti anni che non prendo in mano una penna…mi chiedevi spesso perché avevo smesso di scriverti quelle lunghe lettere, che mi dicevi di conservare gelosamente nel cassetto del comodino, e rileggere prima di addormentarti. Non accettavo di essere invecchiata, non accettavo che la mia vista stesse calando, che le mia dita tremule non seguissero più le linee del foglio, che non fossi più quella di prima, quella che “conoscevi”.
Non ho mai smesso di scriverti, in realtà, perché le parole che davano a voce ai miei pensieri e alle mie emozioni le ho sempre continuate a imprimere, a caratteri cubitali, nel tuo cuore e in quello delle persone che ho amato.
Ma stasera non voglio. Stasera ho chiesto intercessione a una forza superiore, a qualcuno che spero non conoscerai mai, per trovare il coraggio e la forza fisica per scrivere questa lettera. L’ultima.
Sto guardando il mare dal “nostro” scoglio, quello con la piccola insenatura sul davanti, nella quale solevi appoggiare i piedi quando venivamo qui insieme al tramonto, per lanciare il pane raffermo ai gabbiani ed ascoltare in silenzio le loro grida strozzate.
C’è pure la luna piena, e tu dirai “Come no? C’e’ sempre la luna piena quando vai al mare tu!”
E scherzerai sul mio sentimentalismo esagerato e le mie lacrime facili.
Sorrido, pensando a tutti i momenti che abbiamo vissuto insieme. E’ molto tempo ormai che sei lontana, eppure ci credi? Non mi sono ancora abituata. Mi manchi, ma non potevi non andare. Era scritto nei tuoi geni, nella tua storia, non sarei mai riuscita a fermare quest’onda che ti travolgeva.
Ricordo un momento in particolare.
Stavi correndo su e giù per la casa, dalla cucina ascoltavo i tuoi passetti incerti entrare e uscire dalle camere. Ogni tanto arrivavi da me, con in mano un fazzoletto, o un calzino, o qualcos’altro che eri riuscita ad afferrare dai cassetti aperti. Piccoli regali, suppongo, e mi facevi morire dalle risate con i tuoi gridolini eccitati e le gote paonazze.
Guardavi la mia reazione, serissima, poi ti giravi ed entusiasta ripartivi alla ricerca.
Passò qualche secondo, forse un minuto, ti udii armeggiare con qualcosa in silenzio. Insospettita, entrai in camera mia e ti trovai a terra, con delle buste tra le gambe, e tra le mani tanti piccoli irregolari pezzetti di carta. Stavi strappando le mie lettere! Riducendo a brandelli le parole che avevano scaldato il mio cuore, emozionato i miei sensi, gli unici ricordi della persona che ci univa l’una all’altra!
Te le strappai di mano, furibonda, facendoti restare pietrificata. Mi girai per uscire dalla stanza e sbollire un po’ la rabbia.
“Mam…ma!”
Mi voltai di scatto, colta di sorpresa.
I tuoi occhi luccicanti, scuri, profondi come questa notte, carichi di mille silenziose parole, attraversarono la mia anima in quel preciso istante.
Lo sguardo più puro. Il più penetrante. Il più dolce.
E il più doloroso che io abbia mai ricevuto nella mia vita.
"Ma..mmaa!".
Suonò come una supplica. Mamma, non lo vedi quanto ti amo. Mamma, non lo capisci quanto ho bisogno di te. Mamma sei splendida. Mamma, portami sempre con te. Mamma, non mi lasciare. Mai.
Ti abbracciai forte, fortissimo. Mi guardasti per un attimo, indecisa, e poi abbozzasti un sorriso, sempre più grande.. sempre più bello.. fino a che ti riempì il viso paffuto, illuminandolo come un raggio di sole una mattina d’inverno.
Ora devo andare, piccola mia. Starò in un posto lontano, il più lontano possibile da te e dalla tua vita. Un posto dove dovrò usare l'inganno per guadagnare amore, e poi trasformarlo in odio.
Un posto dove sarò costretta a dimenticare tutte i meravigliosi ricordi che mi hai donato ogni singolo istante della tua preziosissima vita, e che sto accarezzando adesso per l’ultima volta, con queste mie mani emozionate e stanche.
Ma con me, ne voglio portare almeno uno: ed e' questo. Il ricordo della prima volta che mi chiamasti Mamma, il ricordo del tuo Amore, sconfinato e incondizionato.
Ti lascio con le note di questa canzone, sulle quali ti ho cullato ogni sera, quando a malincuore ti consegnavo al mondo dorato dei sogni.
Per sempre, tua
Mamma Eva
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***Dedicato a Zoe, Matteo e Caterina. I miss you, babies.


