Ci sono delle volte che, con grande disappunto di chi mi considera una rappresentante degli italiani atipici, smetto la mia veste di persona globale per indossare quella dell'italiana media (in questo caso una t-shirt bianca con la scritta ITALIA rispolverata dai mondiali di due anni fa). E finisco in posti che pullulano di altri italiani medi, come il Bar Italia Uno di Goodge Street, trovandomi a ordinare a Felice, l'instancabile barista napoletano, un panino al crudo e mozzarella e un caffè liscio, e cantare emozionata motivetti patriottici come quello qui sotto, mentre gli estremisti medi (di solito irriducibili romanisti) seduti vicino a me mi assordano battendo su delle scatole di latta trovate per caso nel ripostiglio del bar in cui è posizionato lo schermo, rigorosamente sintonizzato su raiuno...
Poi però ci sono anche volte come questa, dove a metà tempo mi trasferisco al bar di fronte, a guardare la fine di una partita disastrosa su ITV, assieme a molti italiani,si, ma meno casinari,e anche qualche timido anti-italiano, e qualche giapponese che nn si è ancora ben capito per chi tenesse!
E per dire, questa sera sono rientrata a casa e per pura curiosità, dopo un sacco che mi ripromettevo di farlo, mi son finalmente ricordata di guardare quanto mi manca per poter chiedere la cittadinanza inglese. Un anno e mezzo, giusto in tempo per i mondiali. E indipendentemente dai penosi risultati calcistici, io inizio davvero a pensarci. In fondo, ho l'mpressione che Londra sia un posto che chiamerò casa per un sacco di tempo, forse per sempre... Che dite, mi donerebbe la doppia nazionalità?
E' finito pure il campionato, con uno scudetto nerazzurro che a tratti e' sembrato un parto...mi spiace per Mdn e compagnia, mi rallegro per il Cozzy.
L'Udinese ha fatto il suo sporco dovere facendosi fregare numerose volte, ma acciuffando per i capelli una qualificazione ad una pseudo-coppa a cui partecipano cani e porci e che ormai e' un contentino pure per la mia squadretta e i suoi tifosi imborghesiti.
Io cominciai a seguirla ed andare allo stadio in curva proprio il primo anno che ci qualificammo in Uefa, 96-97...i ricordi di quel secondo turno, Udinese-Ajax 1997, sono ancora vivi dentro me come fosse ieri, Udine invasa da tifosi olandesi che palleggiavano in piazza, lo stadio che esplodeva di gente, quando ancora si potevano portare gli striscioni e i fumogeni...Poggi-Bierhoff, partita spettacolo, clamoroso sbaglio del Cappio a porta vuota, poi la beffa a 10 minuti dalla fine da parte di Arveladze...e' la storia dell'Udinese da sempre, alla fin fine...
Quell'atmosfera non si e' piu' respirata a Udine, nemmeno quando siam arrivati in Champions League, penso che possa tornare solo se mai arriveremo a qualche finale o semifinale, ed e' un po' un peccato...mi piacerebbe che la gente (io compresa, ultimamente) sentisse quel friccicorino di amore verso la squadra anche quando non fa un'impresa, ma semplicemente il suo dovere.
Ma ora e' gia' tempo di Champions e di (speriamo!) Chelsea, e poi di Europei, e la finale io la guardero' dall'osteria in piazza in una cittadina delle isole Egadi, con commenti in siciliano stretto e uno shot di limoncello in mano,,,domani inizia ufficialmente il count down per le vacanze!!!!!! 
E’ incredibile la reazione che ha il 90% degli uomini quando sentono una ragazza parlare di calcio.
I loro occhi si illuminano, la voce diventa entusiasta e concitata, è come se scattasse un allarme del tipo “Attenzione, sei in prossimità di una donna che non ti romperà le palle il sabato e la domenica e tutti i mercoledì di Champions, né per gli europei, i mondiali o il torneo celibi-ammogliati del paese: dev’essere tua ad ogni costo!!”
...se a questo poi ci si aggiunge una generosa scollatura , il gioco è fatto!!! 
Sabato.
Mi risveglio troppo presto, 7 ore di sonno in un giorno festivo sono decisamente insufficienti.
Forse è per quello che faccio la lavatrice e per due volte consecutive mi scordo di stenderla e mi tocca rifarla (odio l’odore di muffa sui vestiti)
Immancabile colazione, doccia e corsa verso la metro. Oggi è sabato, quindi giorno di magliette di calcio. Ogni inglese che si rispetti, dagli 0 ai 50 anni (dopo è difficile trovare una taglia adatta al suo bulbo da birra in espansione) il sabato indossa la maglietta della propria squadra del cuore. O della prima squadra che capita. O dell’Inghilterra, che ci sta sempre.
Io mi dimentico di avere la mia maglietta con la scritta Italia, pazienza, sarà per la prossima volta. Questa volta allo stadio ci vado vestita quasi da festa (per i miei canoni). Non si sa mai…
Il calcio d’inizio è alle 14.15 (ma che orario del tubo è???), noi ci incontriamo alle 12. Per prendere i posti? Per vivere l’emozione pre-partita?
No, per bere un paio di birre al pub.
Sono con il mio amico Mike e due suoi amici, tutti e tre inglesi medi, originari di qualche cittadina triste e grigia (a sentir loro) dalle parti di Liverpool e Manchester …avete presente Charlie, il chitarrista dell’isola di Lost? O i fratelli Gallagher degli Oasis? Ecco, uguali, ma un po’ peggio. Mi chiedo ultimamente se esista un problema genetico della dentatura associato alla razza anglossassone. Non indossano magliette di calcio, stranamente, ma due su tre hanno le meches bionde sui capelli a spazzola, vestono jeans scuciti e scarpe bianche con gli strip-strap e scolano pinte di birra alla velocità della luce.
Tutto sommato con me sono carini, anche se la cavalleria in Inghilterra è un’opinione, non mi calcolano molto, continuano a parlare di ragazze scosciate rimorchiate il weekend prima ad una festa e quando usciamo dal pub passano per primi e non si girano nemmeno a guardare se li sto seguendo. Ma ormai inizio a farci pure l’abitudine e non mi formalizzo. Solo quando inizio a parlare seriamente di calcio e mi fingo interessata alla struttura delle categorie nel campionato inglese, mi accettano di diritto nella loro cricca maschile. E quando chiedo che lavoro fanno, scopro che sono tutti manager di qualche lavoro con i contromaroni. Quando si dice che l’abito non fa il monaco…
Wembley è cambiato. Com’era prima l’avevo visto solo in foto, l’avevano chiuso per demolirlo e ricostruirlo. Ora è uno stra-stadio, modernissimo, e carissimo (un hot-dog 5 sterline!!). Il mio posto a sedere è talmente in alto che ho le vertigini. Ci sono intere famiglie, bambini con il pupazzo di Winnie The Pooh tra le braccia, manca solo il cestello da pic-nic. Me li vedrei bene nei nostri stadi in guerra, tra fumogeni e bombe carta.
Giocano Kidderminster Harriers e Stevenage per l’ FA Trophy, storico trofeo per squadre semi-amatoriali, di serie D per intenderci, e ciò nonostante sono riusciti a mettere insieme 55 mila spettatori. Più di quanti ne possa solo tenere lo stadio di Udine, e sono invidiosa!!
Escono i giocatori, i primi in rosso con calzoncini bianchi, i secondi in bianco con calzoncini rossi, che fantasia di colori questi inglesi. Parte un inno, tutto lo stadio canta, io filmo.
Poi chiedo “Questo era l’inno del Kidderminster o degli altri?” e mezzo stadio si gira a guardarmi con istinti omicidi. “Era l’inno nazionale inglese”. Solite figure di m…..
Il resto è la solita, vecchia storia di sempre.
La squadra per cui tengo, Kidderminster, vince 2-0 nel primo tempo, va sul 2-2 nel secondo e prende il gol della sconfitta a 3 minuti dalla fine. Ora è ufficiale: porto sfiga a chiunque mi porti a vedere una partita della propria squadra del cuore, e mi faccia convincere a sostenerla.
Per cui, se qualche antimilanista è interessato alle mie doti in previsione della finale di Champions, lasci un’offerta qui sotto e prenderò in seria considerazione l’idea di diventare ultras del Milan per una notte!!! (Cozzy, ti voglio generoso!)
La sera (cotta, senza voce e con le guance infuocate, come sempre dopo un pomeriggio allo stadio) mi trovo a un pub in centro con la mia amica ungherese Timea e alcuni suoi amici, festeggiamo il suo trentesimo compleanno.
Il suo ragazzo sta pensando di lasciarla. Da più o meno 6 mesi. Una storia splendida, tra due persone eccezionali, trascinatasi non so come nel maligno vortice dell’incomunicabilità. Lei mi racconta tutta la sera di quanto ora si senta meglio, si senta più forte, più equilibrata. Ha cominciato ad andare in palestra, esce con le amiche, è ritornata finalmente a stare sui suoi piedi e mentre parla, mi sento come davanti ad uno specchio. Ha quella luce negli occhi, la sento viva. Una donna che si ama è sempre bellissima. Poi lui dice una cattiveria, e lei esplode. Timi è sempre Timi. Un fiume in piena. E io da amica sono stufa di assistere a scene di questo tipo. Ci rifugiamo in bagno, dove lei lo può mandare a quel paese tra sé e sé, con tutta la rabbia che ha dentro. Forse poi lo farà anche sul serio, quando saranno soli. O magari no. Io mi chiedo se sarebbe più felice con o senza di lui, e mi sento egoista a sentenziare “senza”… Per cui, lotterò e spererò con la mia sweetheart, illudendomi come lei che la fiaba di cenerentola e del principe azzurro possa per una volta trasformarsi in realtà.
La notte finisce come tante, qui a Londra. In cerca di un locale aperto dove mangiare un boccone; io in particolare sto morendo di fame e Blossom affamata, credetemi, non ve la raccomando! Camminiamo per un’ora, poi ci rassegnamo ed entriamo in un ristorante a caso a Chinatown. Avrò mangiato anche un gatto fritto col bambù, per quanto ne so, ma era tutto buonissimo, è stato servito nel giro di 10 minuti di microonde, e mi ha riempito la pancia, riportandomi a livelli sociali più accettabili!!
Il tempo di correre verso un autobus notturno, che tanto lo so già che partirà sotto il mio naso, finire la batteria dell’Ipod mentre aspetto il seguente ed eccomi a casa. Con una montagna di bucato da stendere…
Domattina.