sabato, 03 gennaio 2009, ore 08:42

Meno sei gradi, MENO SEI GRADI... a Londra!!!! Fa freddo perfino qui nella Spa, e io lavoro pure in maniche corte, brrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr, voglio la mia copertina di pile...

Ad ogni modo, stamattina l'hotel nel suo volantino informativo ci ha piazzato l'oroscopo per il 2009, specie gennaio. Cosa che solitamente non leggo, in quanto non credo alla predizione del futuro, e dell'astrologia sono solo interessata/incuriosita dalla parte del tema natale e delle posizioni dei pianeti alla nascita. Ad ogni modo, ho dato una sbirciata al Cancro...

"Gennaio particolarmente forte sul piano personale e sociale. Le relazioni sono un punto focale per la tua attenzione, e conversazioni produttive e comunicazione con gli altri portano un senso di stabilita'. Quest'anno, un "romance" (come si traduce? storiella?) ha buone probabilita' di sbocciare in una "partnership" (societa' per azioni? un po' di cash nn starebbe male! :D). Alcune revisioni sono richieste nella tua carriera, e nel tuo lavoro ti concentrerai sulle relazioni pubbliche"

Ho sorriso tutta entusiasta, poi ho letto quelle degli altri segni....sono tutte piu o meno uguali!! Che fregatura...

Ora invece vado a cercare di interpretare l'incubo di stanotte...e' l'unico sogno che faccio ciclicamente, ovvero quello di perdere un treno/aereo/bus...e so gia' in parte da cosa e' provocato (nota mentale, mangiare i tortellini con il pesto prima di andare a dormire non e' proprio una mossa saggia...!), ma ogni volta secondo me ha anche un significato nascosto...e allora ci penso su un po', da brava piccola freud...!

 

blossom80

martedì, 29 aprile 2008, ore 18:55

Come dimenticare questo nome, firmato in calce alle lettere piu' importanti di questo mio ultimo anno e mezzo. Ricordo la prima volta che ti ho incontrato, forse era dicembre 2006. Eri calma, dolce e rassicurante, come ogni medico dovrebbe essere. Aspettavi un bimbo, eri raggiante, e avevo voluto interpretarlo come un buon segno. Eri stata troppo ottimista nel tuo giudizio, che i risultati di laboratorio avevano poi purtroppo smentito.

Sei andata in maternita' subito dopo e all'intervento non c'eri. Ti ho rivisto all'ultima visita, quando mi hai detto che non sarei piu' dovuta ritornare in ospedale. Che l'incubo era finito, che ero dimessa definitivamente.

E invece mi hai scritto nuovamente, stamattina. Spero ci sarai di nuovo tu, alla visita. Anche se magari ti sbaglierai di nuovo. Anche se l'incubo dovesse tornare. Perche' mi sembrera' di essere meno sola, perche' mi dai fiducia, perche' ho bisogno di persone ottimiste accanto, perche'..non so perche'. Ma Catherine e' un bel nome. E se mai avro' una figlia,un giorno, mi piacerebbe portasse il tuo come secondo nome. E mi ricorderebbe ogni giorno una preziosa vittoria...

blossom80

giovedì, 27 marzo 2008, ore 09:23

Alle otto e venti ho gettato la spugna, ero sveglia dalle sette, e comunque non mi sentivo bene, la pressione al minimo, la testa che gira, e le orecchie intontite. Ho perso un altro chilo. Dev'essere la primavera, come al solito...ogni anno la stessa cosa. Apro gli occhi, sento gli uccellini che cinguettano, la luce che invade la camera, e addio riposo. Fa niente. Sei ore di sonno di questi giorni sono quasi un lusso, sono troppo stanca anche per lottare contro di me. Dopo comunque vado dal medico.

Mi sono alzata e, in questa sequenza, ho cambiato l'acqua ai fiori di Maite, bagnato la stella di Natale e la mia nuova begonia rosa-arancio, lavato i piatti e messo su la moka. Non lo bevo mai il caffè a casa, specie di mattina. Mi fa male allo stomaco, e ai nervi. Ma volevo il suo profumo spargersi nelle stanze, stamattina, volevo il suo aroma dolciastro in bocca, mentre leggevo le notizie del giorno in salotto e mangiavo delle fette biscottate con il miele, la porta del terrazzino aperta, il freddo gelido sulla pelle ancora tiepida, il colore brillante del cielo e del sole sulla mente annebbiata.

Ho mille e un pensiero di questi giorni.

Stamattina pensavo a com'è stata la mia vita da quel settembre 1999. A come a volte mi sento un'anziana, che potrebbe raccontare ai nipoti cos'ha fatto la nonna quando "era giovane". A come sono cambiata, mese dopo mese, maturata in certe cose, evoluta in certe altre. 

Due cose però non sono mai cambiate, fin da quando ero piccola. Uno, è il desiderio di indipendenza, quella forza interiore spesso coperta dalla mia sensibilità, dalle mie lacrime facili e tragedie greche, quella volontà di tirarmi fuori dalle situazioni peggiori, sempre da sola, con fierezza e a denti stretti. L'altra, la mia "bimba", è il desiderio irrefrenabile di credere ai sogni.

E non so come ne uscirò da tutto questo, ma una cosa è certa: ne uscirò, e continuerò a sognare.

"So come with me, where dreams are born, and time is never planned. Just think of happy things, and your heart will fly on wings, forever, in Never Never Land..."

blossom80

domenica, 13 gennaio 2008, ore 07:42

Alle volte mi chiedo se sono io, o se e' il mondo a girare al rovescio questo Gennaio.

Certo il clima non aiuta. Certo non aiuta nemmeno farsi un turno di mattina come gesto di cortesia verso una collega, quando poi arrivi la mattina e scopri che questa collega si e' data per malata, lasciandoti da sola nella follia del primo weekend post vacanze. Soprattutto se hai passato meta' della notte a fare tormentati incubi sulla tua migliore amica, a cui (in sogno) vengono date anfetamine da un tuo caro amico, considerando poi che entrambe sono amicizie che da qualche mese stanno venendo messe a dura prova, e se da una parte ti senti orgogliosa perche' stai disperatamente cercando di usare la ragione quando poche persone resisterebbero a questo bombardamento emotivo, dall'altra vorresti urlare che cazzo, sara' egoistico, sara' infantile, sara' poco politically correct, ma FA MALE...e invece lo urlerai silenziosamente al tuo cuore, e alla tua notte insonne, e a Yesterday, la canzone dei Beatles che bastardissima suona proprio ora, e alla collega opportunista, e a chiunque altro osera' rendermi la vita difficile questa domenica mattina.

Perche' un' Amicizia di questo calibro mica la puoi perdere cosi', per un paio di notti insonni, che' poi forse e' proprio tutto questo amore a rendere le cose cosi' difficili... che' se penso alla persona di cui sono piu' gelosa al mondo, oltre alla mia famiglia, quella e' lei...e lasciarla andare da lui non e' mica cosi' facile...

blossom80

giovedì, 19 luglio 2007, ore 21:06

Prima sera nella nuova casa-tramonto dal balconeE’ incredibile come mi trovi bene in questa casa.

La chiamo casa, anche se in realtà è solo un bicamere in affitto al quinto piano di un palazzo popolare.

E’ carino, pulito, fedele riproduzione di uno showroom di ikea dai lampadari fino ai tappetini, con la moquette color panna all’inglese, e le piastrelle decorate in bagno e in cucina, all’italiana.

Ma soprattutto, è la prima volta che sento di chiamare casa un posto che non sia quello in cui sono nata e cresciuta.

Non è solo per l’appartamento in sè, con vista sbilenca sul fiume e sull’imponente Battersea Power Station (la stessa sulla copertina di un famosissimo disco dei Pink Floyd, mi dicono).

E’ perché dentro ci vive una famiglia.

 

La mia famiglia è Maite.

Ci conoscevamo da due anni quando ci siamo trasferite lo scorso ottobre, avevamo imparato a conoscerci e rispettarci, ma c’era sempre un certo muro tra di noi. Non saprei dire perché…è quel tipo di barriera che tiri su all’inizio, quando conosci una persona a cui sai che finirai per voler bene, e che non vuoi rischiare di deludere o allontanare raccontando i tuoi segreti più intimi. Un cane che si morde la coda, perché meno ti scopri tu, meno si scopre l’altro, e meno ci si azzarda entrambi a fare intrusione.

 

Quando abbiamo deciso di andare a vivere insieme, da sole, eravamo convinte. Io sapevo che lei avrebbe rispettato le mie manie e che avrebbe stemperato le mie tragedie greche, e lei sapeva che io le avrei dato lo spazio vitale di cui ha bisogno, pur standole vicino e dandole appoggio se necessario.

Ma avevo lo stesso un po’ di paura: era una delle mie uniche vere amiche a Londra, e avevo sentito certe storie di convivenze tra amici…che oggi semplicemente hanno smesso di essere amici.

Invece, è andata benissimo. Io e lei siamo praticamente sposate, stiamo ancora decidendo chi è il marito e chi la moglie (ma sappiamo bene che alla fine i pantaloni li porta lei!!!!) e ci divertiamo davvero un casino insieme. Se sono felice, in questo periodo, lo devo in gran parte a lei, a noi, e non mi frega se può sembrare esagerato.

 

Passiamo serate intere a sciropparci dvd di tutte le serie televisive esistenti (innamorandoci dei vari Sawyer e Dr Shepherd), oppure semplicemente a chiacchierare e sfogarci dopo una giornata di lavoro. Facciamo progetti per il weekend, andiamo in vacanza assieme, scegliamo i mobili e appendiamo i quadri al muro, e ognuna di queste piccole cose finisce sempre per farci spendere ore a ridere come delle sceme.

Ma soprattutto, abbiamo imparato a confidarci e raccontarci l’una all’altra. Come??

Una sera, di ritorno da chissà dove su un autobus rosso, sedute al primo posto al piano di sopra, con le luci di Londra che scorrevano davanti, ci siamo messe a parlare di sesso. Possibile che noi due, fan sfegatate di Sex and The City, non l’avessimo mai fatto prima??? Eppure, il fatto di parlare di qualcosa di cosi intimo, di cosi personale, ci ha lanciato un filo che non ci siam fatte sfuggire. Abbiamo capito com’era stupido tenersi dentro sentimenti, evitare certi argomenti, certi commenti…

Non è sempre facile. Alle volte ancora procediamo a tentoni l’una con l’altra, tiriamo fuori le parole con le tenaglie, poche alla volta.

Ma ora posso davvero dirlo, che lei è la mia migliore amica.

 

Scene alla Mr Bean

 

In via del tutto eccezionale, vi faccio vedere quale scena di usuale vita domestica ha ispirato questo post….

Ieri sera era mezzanotte e stavamo andando a letto dopo un capitolo di Grey’s Anatomy, quando mi sono accorta che erano entrati degli insetti in camera mia (io e la mia mania di spalancare tutte le finestre…).

Considerate che:

A)      io (pur essendo cresciuta in campagna) ho il terrore di qualsiasi insetto volante, soprattutto delle api e delle vespe che hanno sempre seminato il panico nelle mie estati all’aperto. Maite…a quanto sembra, anche!!!!

B)      era mezzanotte, quindi capello arruffato, faccia stropicciata, accappatoio gigante deformante (che non uso mai!!!!) afferrato a caso a mo' di scudo, voce raffreddata…per cui, abbiate pietà!!! 

Da notare il nostro solito scambio di battute in ogni lingua e accento conosciuti...

(Poi mi dite come si fa a non essere felici in questa casa di matte!!!)

 

blossom80

lunedì, 11 giugno 2007, ore 03:02

Non ho mai pensato di essere invincibile. Certo, la fortuna è sempre stata dalla mia parte.

Ero a Madrid il giorno della bomba, a duecento metri di distanza dalla stazione. Ma non usavo il treno per andare al lavoro. Ero a Londra il giorno degli attentati. Ma nella zona opposta a quella colpita, e per rientrare dal lavoro quella sera ho preso lo stesso l’autobus. Ho viaggiato di notte su un treno da Udine a Napoli, da sola.

Ho vissuto per due anni a Clapham Junction nel sud di Londra, in un palazzo abitato da un sacco di gente losca. Un giorno mi sono svegliata e il giardino era cordonato, avevano sparato a un ragazzino sulla porta di ingresso quella stessa sera. Eccetera, eccetera.

A me non è mai successo nulla. Nemmeno uno stupido scippo. Ho imparato a non correre rischi, le cuffiette dell’iPod sono sempre nelle orecchie anche quando la batteria è finita, lo sguardo basso, il passo sicuro. Non mi vesto con abiti particolarmente succinti e se lo faccio mi copro almeno con una giacca. Sull’autobus notturno mi fermo al piano di sotto, in prossimità delle porte e del conducente. Non rivolgo la parola a nessuno, mi fingo sorda e stupida. Di solito non ho paura, queste precauzioni mi rassicurano. Ma anche così, riconosco di essere fortunata.

 

Stanotte non ho avuto paura. Era più terrore.

Sono salita sul bus all’una e mezza di notte, in una zona che non conosco, a quanto pare non troppo raccomandabile, specie di domenica sera quando non c’è più quasi nessuno in giro.

Sul bus c’erano varie persone, mi sono seduta al primo sedile doppio disponibile, come faccio sempre. Poco più avanti, sulla sinistra, c’era un ragazzo, non l’avevo notato entrando. Orientale, due fessure oblique come occhi, rasato a zero, petto tatuato e completamente vestito di bianco, stringeva un palo di legno tra le mani. Tipo quello delle scope, leggermente più grosso. Si è alzato, e si è venuto a sedere nel posto libero accanto a me. Con il palo tra le gambe, si è messo a indossare un paio di guantini di pelle nera con le borchie.

IO HO PENSATO DI MORIRE.

Lo so che è patetico, lo so che è stupido. Ma ho sentito una morsa stringermi lo stomaco, prendermi alla gola, seduta contro il finestrino sentivo di essere condannata. Di solito quando gente strana si siede vicino a me, faccio finta di niente, continuo ad ascoltare musica. MA LUI AVEVA UN PALO.

Mi sono alzata, lui ha pensato che dovessi scendere alla fermata successiva. Invece mi sono seduta accanto a una signora, qualche sedile più avanti, e ho chiamato Maite. Mi sono scese anche due lacrime, mentre le descrivevo la scena, supplicandola di restare al telefono e sperando cosi di scoraggiare il “freaky” a rivolgermi la parola. Lui si è limitato ad andare avanti e indietro il corridoio del bus, trascinando una grossa valigia. Si fermava accanto a me, sostava qualche minuto guardandomi, poi ripartiva. Il mio cuore deve essersi fermato un paio di volte, e in quel momento non riuscivo pensare che a quel palo, COSI’ VICINO…sarebbe bastato un colpo…ho sentito la mia vita in balia di quell’arma, e della mente malata del suo proprietario.

Un improvviso salto in un abisso di pessimismo, concetto a me solitamente sconosciuto.

Quell’autobus finiva la sua corsa davanti casa mia, e per fortuna Maite mi ha convinta a scendere qualche fermata prima, alla stazione dei treni, e prendere un taxi. Ho pregato che non scendesse pure lui, grazie al cielo non l'ha fatto. Eppure mi sono sentita al sicuro solo quando sono arrivata a casa e ho chiuso la porta a chiave dietro a me.

 

Magari quel ragazzo era solo molto strano, magari veniva da un’esibizione notturna di arti marziali, magari sono esagerata…resta il fatto che io stanotte, dopo 8 anni in giro da sola per il mondo, per la prima volta, ho avuto DAVVERO paura.

E domani mi sveglierò e farò finta di dimenticare, ingannerò me stessa come ogni notte, e ritornerò a essere l’inguaribile ottimista di sempre, quella baciata dalla fortuna…quella invincibile...perché altrimenti, mi dite voi come ci sopravvivo in questa giungla?

 

"I’m not scared of dying…I just don’t want to!"

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blossom80

lunedì, 07 maggio 2007, ore 12:11

Penultima Prova di Angeli e Diavoli

(ispirata da un incubo che feci qualche anno fa) 

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La macchina entra nel portone e si ferma nel cortile.

Papà esce per primo e apre il bagagliaio per estrarre la mia grossa valigia rossa, come al solito. Ma inizia ad essere pesante anche per lui, soprattutto dopo gli ultimi anni tra malattia e infortuni, e lo aiuto io questa volta. Nei suoi occhi vedo un lampo di orgoglio velarsi di tristezza: lo so, papà, che non ti piace invecchiare. Ma te lo giuro: ai miei occhi, sei il ragazzino di sempre, con quella zazzera scompigliata di capelli scuri in testa e i jeans sulle tue gambette agili.

Con calma scende anche la mamma, mi rivolge un sorriso tirato per nascondere l’ansia e farmi coraggio, perché ci sono molte cose di me che non ha mai capito né mai capirà, ma certe altre, solo lei sa quanto siano importanti per me. Mi dice “pronta?” e forse lo chiede a sé stessa. A vedere una figlia soffrire, anche per un motivo all’apparenza cosi futile, penso non ci si abitui proprio mai.

Faccio un respiro profondo che mi fa partire una leggera palpitazione. No che non sono pronta, questo è sempre stato il peggiore dei miei incubi. Ma sono altre le cose che importano nella vita. 

 

Entro dalla porta della cucina, appoggio lo zaino per terra e dopo aver gettato un rapido sguardo a quei mobili che conosco bene, mi avvio verso le scale di marmo. Salgo uno scalino alla volta, le mie gambe sono stranamente pesanti, non ho nessuna fretta di arrivare. Guardo a terra.

Al penultimo scalino alzo lo sguardo verso il disimpegno: nuove piastrelle, nuove tende, nuovi infissi. Non ci sono i “mulini bianchi”, vinti coi punti delle merendine, sulla scarpiera. Non c’è nemmeno una scarpiera, a dire il vero.

Le porte sono sempre marrone scuro, ma sono nuove. Sulla porta chiusa della mia camera non c’e’ il mio nome, scritto da Lele coi caratteri dei murales molti anni fa.

La spingo, e si apre davanti a me una stanza semivuota. Il parquet lucido è leggermente più scuro di quello che c’era prima, non porta più i graffi delle macchinine. Le pareti sono arancio chiaro pastello, a guardarle di sfuggita sembrano quasi rosa. Al centro della camera, con la testiera verso il muro che la separa dalla camera matrimoniale, c’e’ un semplice letto e un piccolo comodino.

“Ho chiesto a Francesco di usare l’arancione che avevi scelto tu, ma non sono sicura che fosse proprio questa tonalità. Per i mobili, possiamo andare domani in magazzino da quell’amico di papà, li scegli da quelli in esposizione e ce li fa avere in una settimana dall’ordine”.

Sono ancora sulla porta, non entro nemmeno.

“Mamma, non servono altri mobili, avete già speso abbastanza dopo l’incendio. Basta il letto. Tanto questa non sarà mai più la mia camera.”

E vergognandomi delle stupide lacrime che rigano il mio viso, guardo in basso e mi avvio verso il bagno.

*****

Seduta sul letto, cerco di leggere qualche pagina di un libro. Il vuoto della stanza mi opprime, così decido di spegnere la luce e dormirci su. Il volo mi ha reso molto stanca e ho passato la sera a chiacchierare fino a tardi con la mamma. Mi ha fatto vedere le foto delle stanze carbonizzate, non si era potuto salvare proprio niente, per fortuna si erano salvati i muri e tutto il piano terra, e dio solo sa cosa sarebbe successo se mio fratello non fosse rientrato prima dalla bicchierata degli alpini e non avesse notato le fiamme.  

*

“Lori? Lori svegliati!”

“Eh? Ma chi sei?”

Una specie di fatina alata, grande quanto una libellula, mi sta guardando sorridente.

“Sono il tuo angelo custode”

“Ma…è un sogno…?”

“In un certo senso si, Lori. Ho fatto si che potessi sognare per poterti portare in un posto…ti prego, non aprire gli occhi altrimenti scomparirò”

“Va bene, ma dove mi vuoi portare?”

“Vieni con me!”

Una nebbiolina grigia e densa mi avvolge per qualche secondo e quando si dissolve, sono ancora seduta sul letto. Ma sul mio letto. Nella mia vecchia camera.

02 Feb-Marzo 2005 (10)

“Wow! Ma come hai fatto!!!”

“Guarda, Lori, non hai molto tempo, ma qualcuno lassù si è commosso a sapere che tutti i tuoi ricordi erano racchiusi dentro questa stanza, e mi ha dato il permesso di portarti indietro nel tempo. Puoi scegliere tre oggetti da portare con te, tre oggetti qualsiasi”

Sono esterefatta, e non credo ai miei occhi.

La mia cameretta era una specie di museo. Tutta la mia vita era racchiusa lì dentro e ogni volta che rientravo in vacanza, la prima sera la dedicavo ad aprire cassetti e perdermi nei miei ricordi.

Scendo dal letto e dirigo lo sguardo verso la parete. Appesi al pannello di sughero ci sono le foto, le letterine e i disegni di Zoe, Sophie, Matteo e Caterina, e ai lati due quadri con un collage di foto, biglietti aerei e altri ricordi dei mesi passati come babysitter in Germania e a Londra. Sotto ancora, una rosa, quella che aveva lasciato Lorenzo sul cruscotto della mia macchina, qualche estate fa a Lignano. Apro anche lo scrigno dei gioielli e ritrovo l’anello a forma di cuore, quello che avevo portato al collo per tanti mesi pensando a lui.

Questi sono tra i ricordi più recenti che ho…qualcosa devo prendere di questo periodo. Rigiro l’anello tra le mani…quel simbolo di amore, di passione, di coraggio di crederci. Ma anche simbolo di dolore e illusione. Lo rimetto nel portagioie, prendo il pannello di sughero e lo poso sul letto: se sono quella che sono, ora, non è grazie all’amore che ho provato per lui, ma a quello che ho provato per me, credendo nelle mie risorse e buttandomi a capofitto in avventure ricche di insegnamenti, e sorrisi, e abbracci di bambini e momenti duri di solitudine, lontana dal calore della mia cameretta...è questo il primo oggetto che porto con me.

 

Sul comodino, attorno all’abat-jour di vimini abbinato al lampadario, ci sono tutti i miei peluche. Qualcuno regalato da amici, qualcuno da ex ragazzi. Quello a cui sono più affezionata però è Oliver, un gatto arancione che avevo vinto disegnando un fumetto per un concorso e per il quale avevo anche pianto, da ragazzina….quando a un camposcuola estivo in montagna, le mie amiche (non molto amiche a dire il vero) avevano bruciato la crinierina di pelo che aveva in testa…come possono essere crudeli gli adolescenti. Non era stato un periodo felice, a pensarci bene. Non solo cambiava il corpo, cambiava la mente, cambiavano i valori, le convinzioni. Una confusione unica, una lotta continua per un metro in più di libertà, pianti isterici con i genitori, delusioni a raffica con amici, amori non corrisposti (ma anche non al corrente!) e storie durate una domenica pomeriggio in discoteca. Estati ad animare bambini all’oratorio, e settimane in montagna a fare veglie di preghiera nei boschi,attorno al fuoco, sola davanti a una fede da rifiutare o rinnovare. Inverni freddi sui pullman blu di linea, a copiare i compiti, in corsa verso una scuola che di passo mi insegnava anche a vivere. Rimetto Oliver sul comodino e apro i cassetti: tutti i pensieri di quegli anni, tutti i quaderni che io e le mie amiche ci passavamo ogni giorno scrivendoci lettere lunghissime…non c’erano cellulari o email, allora. I miei diari, le lettere scritte e mai spedite, le poesie mai pubblicate….sono tutti li, in due cassetti del mio comodino.

Due scatole marroni nell’armadio contengono riflessioni, dediche di amici e libretti di canti dei periodi dei campiscuola e oratori. Assieme ai libri delle superiori ho conservato anche i diari scolastici e i libretti, con i voti e le note di comportamento, e le pagelle, con quell’8 in condotta in quarta quando ancora credevo che a difendere le proprie opinioni non ci sarebbero state conseguenze…cosa scelgo, cosa porto con me? Da uno dei diari cade un foglietto rosa a quadretti. E’ un bigliettino di L., il mio ex compagno di classe. C’era stato un periodo in cui ero diventata la sua migliore amica, parlavamo ogni giorno, lui mi scriveva su questi foglietti colorati parole bellissime, che nessuno mi aveva mai detto. In gita, seduti a terra nella stanza di quell’hotel fatiscente di Rimini, la luce spenta e con i respiri dei nostri compagni addormentati di sottofondo, ci eravamo abbracciati forte. Eravamo diventati tutt’uno, tremavo come una foglia. Ero terrorizzata da sensazioni che non avevo mai provato prima. Scelsi di non ascoltare il cuore, feci soffrire entrambi e dopo qualche giorno la nostra amicizia affogò in un oceano troppo profondo per poterla recuperare.

Poso il foglietto sul letto: per ricordarmi di non aver mai più paura di amare.

 

Mi manca un oggetto. I disegni dell’asilo e delle elementari sono tutti li, nella cartellina, belli e fantasiosi come solo quelli di un bambino. Rileggo qualche mio temino, ricordo quello sulla morte della mia gatta, era stato letto ad alta voce in classe e la sua semplice intensità aveva fatto piangere pure la nonna. La mia bambola, Rosella, è appoggiata in un angolo: la consideravo una bimba vera, la mia bambina. Quanti segreti le ho raccontato, quanti pianti ha consolato, e quante botte le ho dato perché non aveva fatto la brava…

Apro l’ultima anta dell’armadio, quella grande: eccoli. Tutti gli album di fotografie.

Non ho dubbi. Ne prendo uno, quello giallo, e lo metto sul letto.

“Ho finito”

“Sei sicura?”

“Si, sicurissima. Ti ringrazio immensamente per avermi permesso questo tuffo nel passato…ma sai, ho capito una cosa: nessuno di questi oggetti che lascio qui potrà mai portare via con se i ricordi che ho nella mia mente, e nel mio cuore. Quelli sono salvi, li conservo gelosamente, e li condividerò sempre con tutti i miei cari. Ritorno a casa ora, dalla mia famiglia. Non vedo l’ora di mostrare loro questo album. Addio angioletto, e grazie”

 

Questa volta non cala la nebbia. Sono io a far sparire tutto, aprendo gli occhi. E lì accanto a me, sul letto, sono i tre oggetti. Prendo in mano l’album, emozionata. E mentre comincio a sfogliarlo, i ricordi si mescolano alle mie lacrime. Di gratitudine, questa volta, per aver ancora accanto a me le persone più preziose della mia vita.

blossom80

venerdì, 30 marzo 2007, ore 14:18

(Soldati)
 
Oggi mi sono svegliata che mi avevano appena uccisa (allo stadio)… giusto il tempo di guardare in faccia il mio assassino, e subito dopo solo la mia foto sorridente sulla pagina della cronaca nera.
 
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.
 
 
(Mattina)
 
Ma poi è arrivato il postino, con una lettera, anzi, con la lettera, i risultati delle analisi. Almeno per ora, questa battaglia è vinta. Depongo le armi, qui al mio fianco, e sgorgano inaspettate le lacrime. Di gioia.
 
M'illumino
d'immenso.
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blossom80
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